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R. T., una giovane atleta di 16 anni, si reca dal proprio dottore a causa di un piccolo bozzo che si è formato sul piede sinistro. Il dolore, che era iniziato come un semplice fastidio, si è fatto di giorno in giorno più intenso, tanto da portarla a rivolgersi al proprio medico di base. La ragazza comunica che, se massaggia la zona, il dolore si fa addirittura più intenso.

Il medico di base invita la paziente a rivolgersi ad uno specialista, il quale prescrive alla ragazza una terapia anti infiammatoria tramite iniezioni, a seguito della quale si opta comunque per l’intervento chirurgico. La cartella clinica dell’operazione riporta la rimozione di un nodulo fibroso di 1 centimetro attraverso l’incisione del piede sinistro. L’intervento si conclude positivamente e la ferita non mostra segni di infezione. Il dolore permane per alcune settimane, per poi limitarsi a diminuire lentamente e a scomparire del tutto nel giro di sei mesi.

Cinque mesi dopo l’intervento, tuttavia, la ragazza torna in ospedale a causa del dolore, che è tornato anche più forte. Viene invitata a rivolgersi ad uno specialista in riabilitazione, il quale suggerisce trattarsi di una algodistrofia (gravissimo dolore intenso). Lo specialista non prescrive nulla se non una terapia riabilitativa, e soprattutto sottolinea non essere necessario alcun intervento ulteriore. La paziente però convive con il dolore, mai completamente sopito, sin dal giorno dell’operazione: le sono precluse molte attività che richiedano l’utilizzo prolungato del piede (quindi camminare, correre, stare in piedi per molto tempo, praticare sport) e tutte le mansioni lavorative che non si svolgano in posizione seduta. Il danno maggiore che deriva dall’intervento mal riuscito si ravvisa, per cui, nel mancato proseguo della carriera sportiva della ragazza, obbligata ad abbandonare la pratica atletica.

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