sentenze cassazione malasanità

Medico si rifiuta di salire sull’ambulanza: è omissione di atti d’ufficio?

La Corte di Cassazione Penale, tramite la sentenza n. 2060 del 2012, risponde con un chiaro “Sì”. Se il medico si rifiuta di salire su un’ambulanza per prestare soccorso ad un ferito in gravi condizioni si tratta di omissione d’atti di ufficio.

Stando al caso in particolare, il medico in servizio presso la guardia medica si rifiuta di salire a bordo del mezzo d’emergenza del 118 per soccorrere un minore. Il medico, nonostante fosse stato avvertito dalla Centrale Operativa del 118 delle gravi condizioni del bambino, rimane a terra senza prestare soccorso.

La Corte specifica che a concorrere nella colpa rientra l’art. 328 del Codice Penale, riferito al delitto di pericolo, poiché non si tiene conto tanto di un danno diretto derivato dal comportamento negligente del medico, quanto la possibilità che la sua condotta possa produrre un danno o una lesione: cosa ancora più ovvia e chiara di fronte alla denuncia di emergenza del personale della Croce Rossa, della Centrale Operativa del 118 e dei familiari della vittima. La volontà dell’imputato di separare il proprio rifiuto a salire sull’automezzo di soccorso e la volontà di prestare soccorso non è quindi stata accolta, dal momento che secondo la Corte e vista la situazione d’emergenza, il professionista sarebbe dovuto intervenire tempestivamente (e non recarsi al domicilio del paziente con il proprio mezzo, peraltro senza riuscire a trovare il giusto indirizzo).

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Paziente perde capacità di procreare: è malasanità?

Gabriele S. domanda: Se un paziente perde la possibilità di avere figli a causa della negligenza dei sanitari, è possibile richiedere un risarcimento?

Sì. La Corte di cassazione sancisce, con la sentenza 46761 del 19/12/2011, la responsabilità del medico di pronto soccorso che lesioni il paziente tali da inibire la capacità di procreazione dello stesso.

Secondo il caso preso in esame dalla Corte, il paziente si è rivolto al pronto soccorso a causa di un dolore al testicolo. Visitato brevemente, è stato poi dimesso con la prescrizioni di antidolorifici. A causa dello scarso tempo dedicato alla visita, non è stato possibile per il medico effettuare un’anamnesi completa, che avrebbe collegato il dolore patito ad una patologia sofferta dal paziente in tenera età. Il medico è stato dunque accusato di imperizia e negligenza, poiché non ha sottoposto il paziente ad esami più approfonditi, e poiché non ha tenuto conto della storia clinica pregressa del paziente (non avendogliela neppure domandata).

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Cartelle cliniche incomplete o errate, chi ne è responsabile?

La domanda di questa settimana è: se la cartella clinica risulta incompleta, mal compilata o addirittura mancante di alcune sue parte, di chi è la responsabilità? E’ possibile fare qualcosa per questo tipo di problematiche?

Sì. E’ il capo reparto a dover controllare l’integrità e l’esatta compilazione delle cartelle sanitarie, documento ufficiale che esprime il diritto alla salute dei pazienti. Se il primario non compila la cartella del paziente, commette reato di “rifiuto d’atti d’ufficio”: è la Corte di Cassazione, con la senteza 6075/2015, a chiarire questo punto.

La Corte ricorda che la cartella clinica è un atto pubblico contenente tutti gli interventi effettuati sul paziente, e che spetta al responsabile del reparto ospedaliero la sua definitiva ed ufficiale formazione. Il primario del reparto, come pubblico ufficiale, è tenuto ad accertarsi della sua corretta e completa compilazione: la cartella clinica è difatti di importanza imprescindibile per valutare le cure successive alle degenze, eventuali ulteriori interventi e loro appropriatezza, gli effetti e le eventuali responsabilità mediche.

Il rilascio immediato della cartella clinica rientra nei diritti del paziente. La facoltà di estrarne copia non è subordinata, infatti, all’ipotesi in cui questi intenda proseguire le cure: ne deriverebbe, infatti, che il malato sarebbe tenuto a specificare le ragioni della sua richiesta, con conseguente compressione della privacy.

Anche se l’ospedale prevede un termine massimo per il rilascio della cartella, la richiesta del paziente va sempre esaudita, in tempi celeri o, comunque, ragionevoli, considerati tutti gli adempimenti intermedi (richiesta alla direzione sanitaria, trasmissione al reparto, invio all’ufficio richiedente e successivo rilascio). Insomma, il cittadino ha diritto al rilascio dell’atto in modo tempestivo e incondizionato, che deve immediatamente seguire l’istanza.

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In stato vegetativo dopo il parto: i medici sono responsabili?

Emorragia mortale durante endoscopia: chi è responsabile?

Romina B. domanda: “Se i medici non seguono bene il parto, e la mamma ed il bambino (o entrambi) subiscono dei danni, i medici sono responsabili? Si può richiedere un risarcimento?”

Certo, ovviamente dopo aver provato la presenza di responsabilità e negligenza da parte del personale medico. L’ultima pronuncia della Corte di Cassazione in tal senso è del 20 aprile scorso, quando con una sentenza è stata confermata la condanna per tre medici (un primario e due dottori) ed il risarcimento di 1,2 miliardi di euro alla famiglia.

L’episodio di malasanità, che risale al 1995, ha visto protagonista una partoriente ed il suo bambino. Nonostante una gravidanza trascorsa senza problemi di sorta, la donna viene ricoverata a causa di fortissimi dolori, per i quali richiede che venga fatta partorire con cesareo. I medici negano l’intervento e prediligono il parto naturale, che avviene dopo quattro ore dall’inizio del travaglio. Si notano subito delle problematiche: il bambino sembra estremamente sofferente, tanto che sarà successivamente diagnosticata una asfissia prenatale.

La Corte ha confermato il profilo di responsabilità in seno al personale medico, sia prima che durante il parto: non valutarono correttamente i dati provenienti dai macchinari collegati alla paziente e non eseguirono i controlli necessari per evidenziare la sofferenza fetale e che avrebbero dovuto indurre l’equipe ad effettuare quanto prima un parto cesareo e non naturale. Il bambino è ormai diventato adulto, avendo compiuto 21 anni, ma dal momento della nascita vive in stato semi vegetativo, condizione che richiede un trattamento speciale (ed economicamente gravoso) per la famiglia.

(Fonte notizia: http://www.palermotoday.it)

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