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Responsabilità medica e attività d’equipe: l’Avvocato risponde

Se più sanitari si occupano di un paziente, con compiti  e mansioni diverse, chi è responsabile di eventuali errori, dei danni e, alla peggio, della morte del soggetto in cura?

La Suprema Corte risponde a questa domanda attraverso la pronuncia della sentenza n. 20125/2016, attraverso la quale si esprime su un caso di responsabilità penale per un reato di omicio colposo medico. La causa della morte del paziente, infatti, sarebbe stata imputabile all’imperizia di un medico, in concorso con altri sanitari.

Responsabilità medica e attività d’equipe: come si stabilisce il responsabile?

Quando il personale medico lavora di concerto, quindi in regime di equipe, in capo a ciascuno dei soggetti sono poste delle responsabilità. Se un paziente viene danneggiato, tutti i componenti dell’equipe di lavoro rispondono dell’illecito, non solo per non aver osservato le regole di diligenza, prudenza e perizia delle rispettive mansioni, ma anche perché ogni singolo professionista ha il compito di valutare l’operato del proprio collega, sia contestuale che precedente, verificando che corrisponda agli standard di cura e trattamento.

Perché la responsabilità viene così ripartita? Perché, aldilà delle differenti specializzazioni e discipline, lo scopo ultimo dell’equipe medica è uno solo: curare adeguatamente il paziente.

Quando si parla di cooperazione colposa?

Il concorso di colpa nel reato colposo è legato al concetto di cooperazione colposa, che si verifica quando il soggetto coinvolto è conscio della partecipazione di altri nell’attività, indipendentemente dall’effettiva conoscenza delle persone e delle loro condotte. Semplicemnte, la cooperazione colposa si verifica quando un medico sa che una determinata attività sanitaria sarà svolta, oltre che da lui medesimo, anche da altri professionisti.

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Paziente perde capacità di procreare: è malasanità?

Gabriele S. domanda: Se un paziente perde la possibilità di avere figli a causa della negligenza dei sanitari, è possibile richiedere un risarcimento?

Sì. La Corte di cassazione sancisce, con la sentenza 46761 del 19/12/2011, la responsabilità del medico di pronto soccorso che lesioni il paziente tali da inibire la capacità di procreazione dello stesso.

Secondo il caso preso in esame dalla Corte, il paziente si è rivolto al pronto soccorso a causa di un dolore al testicolo. Visitato brevemente, è stato poi dimesso con la prescrizioni di antidolorifici. A causa dello scarso tempo dedicato alla visita, non è stato possibile per il medico effettuare un’anamnesi completa, che avrebbe collegato il dolore patito ad una patologia sofferta dal paziente in tenera età. Il medico è stato dunque accusato di imperizia e negligenza, poiché non ha sottoposto il paziente ad esami più approfonditi, e poiché non ha tenuto conto della storia clinica pregressa del paziente (non avendogliela neppure domandata).

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Cartelle cliniche incomplete o errate, chi ne è responsabile?

La domanda di questa settimana è: se la cartella clinica risulta incompleta, mal compilata o addirittura mancante di alcune sue parte, di chi è la responsabilità? E’ possibile fare qualcosa per questo tipo di problematiche?

Sì. E’ il capo reparto a dover controllare l’integrità e l’esatta compilazione delle cartelle sanitarie, documento ufficiale che esprime il diritto alla salute dei pazienti. Se il primario non compila la cartella del paziente, commette reato di “rifiuto d’atti d’ufficio”: è la Corte di Cassazione, con la senteza 6075/2015, a chiarire questo punto.

La Corte ricorda che la cartella clinica è un atto pubblico contenente tutti gli interventi effettuati sul paziente, e che spetta al responsabile del reparto ospedaliero la sua definitiva ed ufficiale formazione. Il primario del reparto, come pubblico ufficiale, è tenuto ad accertarsi della sua corretta e completa compilazione: la cartella clinica è difatti di importanza imprescindibile per valutare le cure successive alle degenze, eventuali ulteriori interventi e loro appropriatezza, gli effetti e le eventuali responsabilità mediche.

Il rilascio immediato della cartella clinica rientra nei diritti del paziente. La facoltà di estrarne copia non è subordinata, infatti, all’ipotesi in cui questi intenda proseguire le cure: ne deriverebbe, infatti, che il malato sarebbe tenuto a specificare le ragioni della sua richiesta, con conseguente compressione della privacy.

Anche se l’ospedale prevede un termine massimo per il rilascio della cartella, la richiesta del paziente va sempre esaudita, in tempi celeri o, comunque, ragionevoli, considerati tutti gli adempimenti intermedi (richiesta alla direzione sanitaria, trasmissione al reparto, invio all’ufficio richiedente e successivo rilascio). Insomma, il cittadino ha diritto al rilascio dell’atto in modo tempestivo e incondizionato, che deve immediatamente seguire l’istanza.

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