casi malasanità risarcimento

La paziente muore dopo una broncoscopia: risarcimento ottenuto

Il caso

Elisa P., paziente di 65 anni con problemi di depressione cronica, viene ricoverata in ospedale a causa di problemi respiratori e tosse convulsa, immuni agli antibiotici prescritti dal medico di base. Attraverso una lastra del petto, il personale medico riscontra la presenza di problematiche non ancora definibili: sono indecisi tra la presenza di una pneumonia o di un più grave carcinoma bronco-alveolare.

L’approfondimento diagnostico

Lo pneumologo del reparto suggerisce dunque un esame più approfondito dei bronchi con un cavo diagnostico in fibra ottica, per poter prelevare la secrezione dei polmoni e capire, attarverso una biopsia della materia, se ci fosse la presenza di cellule cancerogene.

Viene richiesto che il prelievo venga fatto sotto anestesia generale, per evitare che la paziente turbandosi possa arrecare danni a sé stessa o all’attrezzatura, ed anche corrompere l’esito generale dell’esame diagnostico. La paziente viene dunque sottoposta ad anestesia generale, con mascherina d’ossigeno di supprto.

Lo pneumologo, durante l’esame dei bronchi, non ravvisa lesioni. Si appresta ad effettuare anche un lavaggio dei bronchi, e ad effettuare il recupero di materia biologia per la successiva biopsia. La procedura viene svolta senza nessun problema o impedimento, soprattutto per via della paziente totalmente anestetizzata.

La crisi

La paziente viene condotta nella sala di recupero in attesa del risveglio dall’anestesia: le vengono quindi tolti il tubo endotracheale e la maschera d’ossigeno. La paziente ha però una gravissima crisi respiratoria, e viene immediatamente reintubata: a causa dell’emergenza incorsa, è il personale infermieristico ad effettuare l’intubazione. L’operazione non va a buon fine e, nonostante i tentativi di rianimazione, la paziente entra in coma.

Il decesso

La paziente rimarrà in terapia intensiva per una settimana, ma alla fine non uscirà più dal coma e morirà. Dalla biopsia della materia prelevata dai polmoni si scoprirà che i problemi respiratori erano causati da un carcinoma alveo-polmonare, così come sospettato inizialmente. Dall’autopsia si scoprirà invece che la paziente è morta a causa di anossia (mancanza di adeguata ossigenazione del cervello).


contattata dalla famiglia della vittima, è riuscita a definire con successo il caso in via stragiudiziale, permettendo agli eredi di ottenere il giusto risarcimento per il danno biologico, patrimoniale e morale sofferto dalla paziente e causato dal decesso successivo.
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casi malasanità risarcimento

Arteria lesionata durante intervento laparoscopico: risarcimento ottenuto!

Un caso di endometriosi

La signora Daniela Q. soffre di endometriosi pelvica severa. L’endometriosi è una malattia cronica e complessa, derivante dalla presenza anomala di tessuto che riveste la parete interna dell’utero, ovvero l’endometrio, in altri organi dove non dovrebbe essere presente (ovarie, peritoneo, intestino, vagina). L’endometriosi provoca sanguinamenti interni, infiammazioni croniche e tessuto cicatriziale, fino anche a portare all’infertilità.

L’intervento in laparoscopia

Soffrendo di una patologia così complicata e ricorrente, la signora viene ricoverata senza regime d’urgenza nel reparto di Ostetricia e Ginecologia dell’ospedale di zona, dove le viene diagnosticata una endometriosi pelvica severa. Dopo circa un mese dal primo ricovero, viene sottoposta ad intervento iniziato in laparoscopia e proseguito in laparotomia al fine di poter rimuovere il tessuto in eccesso. Nonostante la terapia farmacologica prescritta in fase di dimissione ospedaliera, qualche giorno dopo essere tornata a casa la paziente manifesta difficoltà nel camminare, tanto da essere ricoverata nel reparto di Chirurgia Vascolare per rivascolarizzare chirurgicamente l’arto inferiore sinistro. Tramite esame specifico si ravvisa infatti una trombosi arteriosa dell’arteria iliaca sinistra causata da una dissezione.

L’errore medico

La negligenza del personale medico si ravvisa nella mancata comunicazione alla paziente per ottenere il consenso informato riguardo le complicanze che si sarebbero potute verificare a seguito dell’intervento. Si presentano poi elementi di imprudenza ed imperizia nello scegliere la via laparoscopica per intervenire (non suggerita da prassi), nonché imperizia nel condurre fisicamente l’operazione in quanto viene lesionata l’arteria iliaca. Ad aggravare il quadro, ulteriore imprudenza ed imperizia del reparto di Ginecologia per aver dimesso una paziente alla quale era già stata diagnosticata una probabile stenosi arteriale post operatoria.

malasanita
è riuscita a definire con successo il caso in via stragiudiziale, ottenendo dall’azienda sanitaria il risarcimento per il danno biologico e morale, causati dal comportamento negligente del personale medico che non ha saputo trattare debitamente la visita colonscopica del paziente.

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sentenze cassazione malasanità

Paziente perde capacità di procreare: è malasanità?

Gabriele S. domanda: Se un paziente perde la possibilità di avere figli a causa della negligenza dei sanitari, è possibile richiedere un risarcimento?

Sì. La Corte di cassazione sancisce, con la sentenza 46761 del 19/12/2011, la responsabilità del medico di pronto soccorso che lesioni il paziente tali da inibire la capacità di procreazione dello stesso.

Secondo il caso preso in esame dalla Corte, il paziente si è rivolto al pronto soccorso a causa di un dolore al testicolo. Visitato brevemente, è stato poi dimesso con la prescrizioni di antidolorifici. A causa dello scarso tempo dedicato alla visita, non è stato possibile per il medico effettuare un’anamnesi completa, che avrebbe collegato il dolore patito ad una patologia sofferta dal paziente in tenera età. Il medico è stato dunque accusato di imperizia e negligenza, poiché non ha sottoposto il paziente ad esami più approfonditi, e poiché non ha tenuto conto della storia clinica pregressa del paziente (non avendogliela neppure domandata).

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Sivastin e sivastatina: guida del farmaco

Sivastin e sivastatina: guida del farmaco

La sivastatina è utilizzata come componente nei farmaci in grado di tenere sotto controllo il diabete: ma ci sono degli effetti collaterali? E quali?

Scopriamoli insieme nell’infografica della settimana.

Sivastin e sivastatina: guida del farmaco

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casi malasanità risarcimento

Rimozione di tumore benigno causa dolore cronico

R. T., una giovane atleta di 16 anni, si reca dal proprio dottore a causa di un piccolo bozzo che si è formato sul piede sinistro. Il dolore, che era iniziato come un semplice fastidio, si è fatto di giorno in giorno più intenso, tanto da portarla a rivolgersi al proprio medico di base. La ragazza comunica che, se massaggia la zona, il dolore si fa addirittura più intenso.

Il medico di base invita la paziente a rivolgersi ad uno specialista, il quale prescrive alla ragazza una terapia anti infiammatoria tramite iniezioni, a seguito della quale si opta comunque per l’intervento chirurgico. La cartella clinica dell’operazione riporta la rimozione di un nodulo fibroso di 1 centimetro attraverso l’incisione del piede sinistro. L’intervento si conclude positivamente e la ferita non mostra segni di infezione. Il dolore permane per alcune settimane, per poi limitarsi a diminuire lentamente e a scomparire del tutto nel giro di sei mesi.

Cinque mesi dopo l’intervento, tuttavia, la ragazza torna in ospedale a causa del dolore, che è tornato anche più forte. Viene invitata a rivolgersi ad uno specialista in riabilitazione, il quale suggerisce trattarsi di una algodistrofia (gravissimo dolore intenso). Lo specialista non prescrive nulla se non una terapia riabilitativa, e soprattutto sottolinea non essere necessario alcun intervento ulteriore. La paziente però convive con il dolore, mai completamente sopito, sin dal giorno dell’operazione: le sono precluse molte attività che richiedano l’utilizzo prolungato del piede (quindi camminare, correre, stare in piedi per molto tempo, praticare sport) e tutte le mansioni lavorative che non si svolgano in posizione seduta. Il danno maggiore che deriva dall’intervento mal riuscito si ravvisa, per cui, nel mancato proseguo della carriera sportiva della ragazza, obbligata ad abbandonare la pratica atletica.

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ha accompagnato la famiglia della vittima lungo tutto l’iter stragiudiziale di richiesta di risarcimento per i danni subìti, fisici e morali, con esito positivo della richiesta.

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Guida ai prefissi medici più utilizzati

Referti, documenti, visite mediche ed esami: spesso la terminologia utilizzata dai dottori non è chiara e semplice, perché è tecnicamente richiesta per poter parlare di concetti lunghi e complessi utilizzando un’unica parola.

Anche se ad una prima impressione il caos della terminologia tecnica potrebbe apparire indistricabile, può bastare conoscere il significato dei termini più comuni e portare con sé un piccolo prontuario, come quello che ti proponiamo. Questa settimana parliamo dei prefissi:

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sentenze cassazione malasanità

Cartelle cliniche incomplete o errate, chi ne è responsabile?

La domanda di questa settimana è: se la cartella clinica risulta incompleta, mal compilata o addirittura mancante di alcune sue parte, di chi è la responsabilità? E’ possibile fare qualcosa per questo tipo di problematiche?

Sì. E’ il capo reparto a dover controllare l’integrità e l’esatta compilazione delle cartelle sanitarie, documento ufficiale che esprime il diritto alla salute dei pazienti. Se il primario non compila la cartella del paziente, commette reato di “rifiuto d’atti d’ufficio”: è la Corte di Cassazione, con la senteza 6075/2015, a chiarire questo punto.

La Corte ricorda che la cartella clinica è un atto pubblico contenente tutti gli interventi effettuati sul paziente, e che spetta al responsabile del reparto ospedaliero la sua definitiva ed ufficiale formazione. Il primario del reparto, come pubblico ufficiale, è tenuto ad accertarsi della sua corretta e completa compilazione: la cartella clinica è difatti di importanza imprescindibile per valutare le cure successive alle degenze, eventuali ulteriori interventi e loro appropriatezza, gli effetti e le eventuali responsabilità mediche.

Il rilascio immediato della cartella clinica rientra nei diritti del paziente. La facoltà di estrarne copia non è subordinata, infatti, all’ipotesi in cui questi intenda proseguire le cure: ne deriverebbe, infatti, che il malato sarebbe tenuto a specificare le ragioni della sua richiesta, con conseguente compressione della privacy.

Anche se l’ospedale prevede un termine massimo per il rilascio della cartella, la richiesta del paziente va sempre esaudita, in tempi celeri o, comunque, ragionevoli, considerati tutti gli adempimenti intermedi (richiesta alla direzione sanitaria, trasmissione al reparto, invio all’ufficio richiedente e successivo rilascio). Insomma, il cittadino ha diritto al rilascio dell’atto in modo tempestivo e incondizionato, che deve immediatamente seguire l’istanza.

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I nostri successi: caso di perforazione dell’intestino durante colonscopia

Il signor G. A. si sottopone ad una colonscopia presso la struttura ospedaliera di zona. Per prepararlo alla visita, gli viene somministrata una dose blanda di anestetico. Al suo risveglio, il paziente comprende che sarà presto sottoposto ad altri esami non previsti dalla prassi post visita colonscopica. Viene quindi condotto al pronto soccorso dello stesso ospedale e ricoverato con urgenza nel reparto di Chirurgia per perforazione colica dovuta a colonscopia. Viene dimesso dopo circa un mese dal primo esame colonscopico con diagnosi di perforazione jatrogena del sigma.

La negligenza del personale medico si riassume nella mancata osservazione dei protocolli esistenti su come evitare una perforazione intestinale durante la visita di colonscopia, e nella conduzione errata dell’esame endoscopico con conseguente perforazione del sigma.

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sentenze cassazione malasanità

In stato vegetativo dopo il parto: i medici sono responsabili?

Emorragia mortale durante endoscopia: chi è responsabile?

Romina B. domanda: “Se i medici non seguono bene il parto, e la mamma ed il bambino (o entrambi) subiscono dei danni, i medici sono responsabili? Si può richiedere un risarcimento?”

Certo, ovviamente dopo aver provato la presenza di responsabilità e negligenza da parte del personale medico. L’ultima pronuncia della Corte di Cassazione in tal senso è del 20 aprile scorso, quando con una sentenza è stata confermata la condanna per tre medici (un primario e due dottori) ed il risarcimento di 1,2 miliardi di euro alla famiglia.

L’episodio di malasanità, che risale al 1995, ha visto protagonista una partoriente ed il suo bambino. Nonostante una gravidanza trascorsa senza problemi di sorta, la donna viene ricoverata a causa di fortissimi dolori, per i quali richiede che venga fatta partorire con cesareo. I medici negano l’intervento e prediligono il parto naturale, che avviene dopo quattro ore dall’inizio del travaglio. Si notano subito delle problematiche: il bambino sembra estremamente sofferente, tanto che sarà successivamente diagnosticata una asfissia prenatale.

La Corte ha confermato il profilo di responsabilità in seno al personale medico, sia prima che durante il parto: non valutarono correttamente i dati provenienti dai macchinari collegati alla paziente e non eseguirono i controlli necessari per evidenziare la sofferenza fetale e che avrebbero dovuto indurre l’equipe ad effettuare quanto prima un parto cesareo e non naturale. Il bambino è ormai diventato adulto, avendo compiuto 21 anni, ma dal momento della nascita vive in stato semi vegetativo, condizione che richiede un trattamento speciale (ed economicamente gravoso) per la famiglia.

(Fonte notizia: http://www.palermotoday.it)

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